FUORISCHERMO

 

ROUZBLÉZONNVER
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TUTTI I COLORI DEL CINEMA AL 19° FESTIVAL DEL CINEMA
D’AFRICA, D’ASIA E DELL’AMERICA LATINA
FLYER FESTIVAL Taglio e incollo, con poche e opportune modifiche, quanto già scrivevo un paio d’anni fa a proposito del Festival del Cinema d’Africa, Asia e America Latina che si è appena concluso a Milano. Un po’, ovviamente, per pura pigrizia intellettuale, un po’ perché mi sembrano argomentazioni tuttora valide e condivisibili (se non da altri, da me stesso).

Chi sa già di che cosa si tratta e vuole sapere qualcosa sui film del festival è libero di saltare la premessa.

Nel mese di marzo si è tenuta a Milano la 19° edizione del Festival del cinema africano, d’Asia e America latina. Il Festival promosso dal Coe – Centro orientamento educativo – e sostenuto da svariati enti è nato anni fa da pionieristiche rassegne milanesi dedicate al cinema africano, e negli ultimi anni ha allargato i propri orizzonti fino a comprendere sostanzialmente tutto il cinema che si potrebbe definire non occidentale. In una prospettiva tutto sommato provincialistica (anche nel senso di provincia di un impero dell’immaginario hollywoodcentrico) com’è quella italiana e milanese, il Festival rappresenta una ghiottissima possibilità di gettare uno sguardo sul mondo – inteso come realtà geografica, politica, sociale, antropologica – che generalmente sfugge alla nostra conoscenza e su un “altro cinema” praticamente invisibile sui nostri schermi. Decine i film presenti, sparsi in diverse sezioni tra cui alcune in concorso (Concorso Lungometraggi Finestre sul mondo, Concorso Documentari Finestre sul mondo, Concorso Miglior Film Africano, Concorso Cortometraggi Africani, Concorso Documentari e Non Fiction Africani) e altre no (Fuoriconcorso, omaggio al regista kazhako Darezhan Omirbayev, sezione tematica sulla tv Al Jazeera).

Come negli anni precedenti, ho cercato di seguire una parte del festival, privilegiando l’ambito fiction, e vorrei qui tentare di elencare una cinquina di motivi per cui secondo me vale la pena di seguire questo festival poco conosciuto e tanto significativo.

Innanzitutto, direi che c’è una motivazione EPISTEMOLOGICA. Il Festival è una vera e propria occasione di entrare in contatto con realtà che altrimenti difficilmente potremmo conoscere. Sia attraverso il documentario, che ha sempre un’esplicita finalità didascalico-didattica, ma anche attraverso il film di finzione, dove la forma-racconto offre uno spaccato di vita quotidiana su realtà insolite e da prospettive spesso inedite, lontane tanto dal filtro in qualche misura spersonalizzante del documentario, che, eventualmente e ancor più, dal reportage turistico.

Un’altra funzione potrebbe essere definita ANTROPOLOGICA. Il cinema diventa un mezzo di conoscenza del diverso e nello stesso tempo uno strumento di attenuazione della diversità. Entrare in contatto con realtà umane lontane e diverse dal nostro modo di vita ci permette di capire che in fondo l’umanità possiede in tutti i luoghi del globo - al di là delle differenze di climi, di mentalità, di costumi, di status economico, di religione e così via - le stesse speranze, gli stessi bisogni, gli stessi desideri, le stesse paure. Forse dopo aver visto alcuni dei film del festival ci è possibile guardare i nostri vicini, magari con il colore della pelle un po’ diverso dalla nostra, con minore diffidenza e pregiudizio.

JERMAL Quindi una funzione CINEMATOGRAFICA. E’ un pregiudizio sbagliato, e facilmente smentibile, quello di credere che i film prodotti nei vari Sud del mondo siano prodotti rozzi, dalla forma cinematografica approssimativa, penalizzati magari dalla mancanza di mezzi e risorse. Si tratta invece di un cinema che spesso, a dispetto di budget forzatamente contenuti - è inaspettatamente maturo dal punto di vista contenutistico e formale, spesso ben recitato, ben fotografato e ben diretto (a volte con l’ausilio di tecnici o di post-produzioni occidentali); la tecnologia digitale, qualitativamente sempre migliore, permette inoltre grazie alla sua relativa economicità una maggior produzione e quindi una maggior varietà e un maggior numero di occasioni di espressione.

Inoltre una funzione propriamente ESTETICA. Quello del resto del mondo è non solo cinema di buon livello qualitativo (a giudicare dagli esiti delle ultime edizioni del festival sarei tentato di dire mediamente più interessante del cinema che passa normalmente sui nostri schermi, ma anche un cinema “diverso”. Volti nuovi, ma anche forme nuove e diverse del racconto, meno stereotipate e prevedibili di quelle cui ci hanno abituato il cinema hollywoodiano o americano o italiano o europeo. Lo stile appare generalmente, senza essere per questo ingenuo, più diretto, più “naturale”, meno gravato da stilemi e sclerotizzato come accade spesso al nostro cinema.

Infine una motivazione LUDICA. E’ un altro pregiudizio quello che vuole queste cinematografie dedite a film lenti, solenni, noiosi, laconici, tristi. Quello che si vede passare al festival milanese è cinema fresco, vitale, coinvolgente, umanistico, il più delle volte godibile e non di rado francamente divertente (pur facendo spesso discorsi molto seri).

I FILM
Per chi volesse farsi un’idea di cosa c’era dentro il festival di quest’anno, fornisco una panoramica a volo d’uccello sui film che ho avuto tempo e modo di vedere. Si tratta in ogni caso di cinema di fiction, proveniente dalle sezioni del concorso): li ripartisco solo tra lungo e cortometraggi.

Mi sembra che il livello qualitativo sia mediamente altissimo: ho visto sei su nove dei lungometraggi in concorso in Finestre sul mondo, uno solo non mi è piaciuto, alcuni mi sono piaciuti molto o moltissimo. Una media, per intenderci, assai più elevata del concorso dell’ultima e ben più blasonata Mostra del Cinema di Venezia.

A festival concluso, ho scoperto con rammarico di non aver visto i lungometraggi vincitori: a dispetto di ogni probabilità statistica, sono riuscito a non intercettare né il vincitore di Finestre sul Mondo, né quello del Cinema africano, né quello del premio del pubblico. Il che mi dispiace molto ma mi fa pensare che il livello fosse davvero straordinario.

ROUZBLÉZONNVER - ROSSOBLUGIALLOVERDE CORTOMETRAGGI
Meno soddisfacente rispetto a precedenti edizioni il concorso dei cortometraggi; è comunque ghiotta l’occasione di vedere film provenienti da Paesi in cui la produzione cinematografica è pari o vicina allo zero. E’ il primo caso quello di Mauritius, che porta al festival il corto ROUZBLÉZONNVER - ROSSOBLUGIALLOVERDE, ispirato ai colori della bandiera, realizzato in occasione dell’anniversario dell’indipendenza, è il secondo caso quello dell’Unione delle Comore, in cui i circa venti minuti di LA RESIDENCE YLANG YLANG, sull’emigrazione e la perdita delle radici, risultano essere ufficialmente gli unici girati su pellicola nelle isole. Ad una cinematografia con maggiore tradizione appartiene AHYANAN - A VOLTE, di Mahmood Soliman, storia di un viaggio in autobus nel deserto con ambizioni comiche ma decisamente puerile nell’umorismo e piuttosto sciatto nella realizzazione. Di genere opposto ASYLUM - ASILO, di Rumbi Katedza, film targato Zimbabwe che rievoca dall’amaro esilio inglese le sofferenze e le violenze (vittime in particolare le donne) della guerra in Darfur; ambizioni nobili, ma una realizzazione cinemagrafica senza troppo interesse. Decisamente meno impegnato nella tematica ma più ambizioso dal punto formale ILS SE SONT TUS - SI SONO ZITTITI, dell’algerino Khaled Lakhdar, storia di un dj notturno che nei sonni agitati rievoca in forma onirica la pulsante vita diurna del suo rione; gran sfoggio di gru e panoramiche, ma la dimensione fantastica ai nostri occhi occidentali risulta un po’ naif. Più stimolante per le ambizioni stilistiche e contenutistiche LE PROJET - IL PROGETTO, del tunisino Mohamed Ali Nahdi. Deciso a girare un film sulla realtà giovanile urbana tunisina con uno stile moderno e, appunto “giovane”, Nahdi si è trovato di fronte al muro della censura quando ha provato a chiedere finanziamenti pubblici al Ministero della Cultura del suo Paese. Anziché scoraggiarsi, ha realizzato il corto con fondi propri e ha interrotto bruscamente la storia di un ribelle senza causa tunisino, che si rivela nel finale un film nel film, con quella che narra di un giovane regista che propone il progetto di un film ad un funzionario del Ministero della Cultura che gli risponde picche… Originale e abbastanza audace, il film ha potuto poi essere proiettato al Festival del cinema di Cartagine e poi nelle sale grazie ad un cambio ai vertici di governo. Ma il corto più bello, a parere mio e della giuria del festival, è risultato essere WARAMUTSÉHO! - BUONGIORNO! , di Auguste Bernard Kouemo Yanghu. La storia del film (che batte bandiera camerunese ma è girato in Francia) è semplice ma fa venire i brividi: due studenti rwandesi che frequentano l’università in Francia dividono l’appartamento e la passione per l’atletica. Quando in Rwanda scoppia la guerra tra hutu e tutsi, uno dei due apprende che la propria famiglia è salva, mentre quella dell’amico è stata massacrata, e che tra gli assassini c’è anche il proprio fratello. I due amici fraterni vengono improvvisamente divisi da un segreto atroce, inconfessabile; la violenza e l’odio rischiano di propagarsi a migliaia di chilometri di distanza, anche dentro la stanza condivisa. Grandissima tensione psicologica, uso discreto ed efficace delle metafore (tra cui quella sportiva: i due corrono la staffetta dove si passano l’un l’altro il testimone), una fortissima trovata di sceneggiatura per raccontare una lacerazione purtroppo reale e spaventosa.

L’EXTRANJERA LUNGOMETRAGGI
Come dicevo sopra pur avendo visto parecchi film sono riuscito nell’impresa di perdere sia il vincitore di “Finestre sul mondo”, l’indonesiano JERMAL, sia il Premio del pubblico, l’argentino L’EXTRANJERA, sia il miglior film africano, il sudafricano NOTHING BUT THE TRUTH

E sì che su sei film solo uno non mi è piaciuto: si tratta del filippino ADELA, ritratto di un’anziana, ex-attrice radiofonica, che vive in una baraccopoli ai margini di una discarica. La protagonista è un’attrice molto nota ed amata in patria, e sullo sfondo del ritratto emergono alcuni scorci dell’instabile realtà politica, sociale ed economica delle Filippine. Ma i ritmi sono lenti, a volte, come nel finale, tre o quattro sequenze mute che dureranno un quarto d’ora, estenuanti, e lo stile di ripresa rigido e monotono, con lunghe sequenze a macchina fissa. Forse ridotto dell’80% e presentato nella sezione cortometraggi avrebbe avuto più senso. Più interessante EID MILAD LAILA - IL COMPLEANNO DI LAILA, di Rashid Masharawi. Anche qui un ritratto individuale - quello di un giudice che non riesce più ad esercitare la propria professione per intralci burocratici e che per mantenere la famiglia si improvvisa tassista - fornisce l’occasione per gettare un’occhiata sulla realtà di un Paese difficile, la Palestina. Sullo sfondo delle peregrinazioni dello strano ed umorale tassista, che aspirerebbe ad un mondo ordinato e giusto, scorrono le immagini di un Paese afflitto da una burocrazia mutevole e inefficace, da attentati dinamitardi, da divisioni profonde, percorso da miliziani fanatici ed armati e da uomini e donne che cercano di sopravvivere in condizioni difficili e precarie. L’improvvisa svolta ironica del finale fornisce un’amara morale: bisogna cercare di tirare avanti comunque, con quello che c’è, inventandosi magari con un po’ di fantasia un mondo migliore o comunque più accettabile. Notevole la maschera segnata dalle rughe di Mohamed Bakri, un taxi driver sull’orlo di una crisi di nervi che rischia di uscire di testa come De Niro-Travis Bickle o come il Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia.

Ancora uno spaccato sociale in JERUSALEMA, di Ralph Ziman. Il cinema sudafricano è tra quelli del continente africano il più vicino a quello occidentale, e il film adotta le cadenze del film di genere nel raccontare (ispirandosi ad una storia vera) le gesta, l’ascesa e la caduta di un gangster che da studente universitario diventa un boss del quartiere di Hillbrow, a Johannesburg. I suoi metodi stanno a metà tra la malavita, l’imprenditoria immobiliare e la filantropia, tanto da trovarsi ritratto dai media come un Robin Hood sudafricano. L’attenzione non proprio benevola della polizia, a difesa degli interessi dei proprietari immobiliari bianchi, ma anche il contrasto con il racket nero della droga lo porterà ad una temporanea sconfitta. Cinema robusto, accattivante, (forse un troppo indulgente con il proprio eroe nel tirare le somme), in cui situazioni in parte già viste traggono guadagno dall’insolito contesto socio-geografico e dal bizzarro carattere delle imprese del protagonista. Ottima e trascinante la colonna sonora, da procurarsi e tenere accanto al cd. Per dire della qualità del prodotto, il film si è aggiudicato svariati premi (miglior film, attore protagonista, montaggio, fotografia) in alcuni dei principali festival cinematografici africani, come quelli di Durban e Ouagadougou.

EL VIAJE DE TEO Un film bello e toccante è pure il messicano EL VIAJE DE TEO - IL VIAGGIO DI TEO di Walter Doehner, dove un bambino che ha appena ritrovato il padre lo perde nel tentativo sfortunato di passare la frontiera con gli Stati Uniti, nel viaggio alla ricerca di una vita migliore. Girato a ridosso dell’odioso muro che corre lungo la frontiera tra i due Stati, tra deserti e cittadine di frontiera, il film racconta una storia dolorosa e vera (mediamente 129 minori vengono rimpatriati ogni giorno dagli Usa al Messico), ma con toni mai retorici né autocommiseratori, né tanto meno con la ricerca del pietismo o della commozione facile. Il bambino trova un amico in un ragazzino obeso e gentile (in un film occidentale sarebbe stato impresentabile) e il film risulta sobrio (neppure il lieto fine è così sicuro come sembra), divertente e commovente insieme.

Una vera sorpresa è rappresentata poi da MASCARADES – MASCHERATE, del franco-algerino Lyes Salem. Ambientato in un villaggio del deserto algerino, il film narra i maneggi per maritare una sorella di un fratello un po’ macho e un po’ arrampicatore sociale. Impresa complicata dal fatto che la ragazza è narcolettica e si addormenta nelle situazioni più impensate, che la famiglia si inventa un prestigioso matrimonio con un pezzo grosso straniero che non esiste, e che il vero innamorato, videonoleggiatore, soffre e si arrovella… Salem, anche simpaticissimo protagonista maschile, realizza una commedia estremamente divertente, ambientando in paesaggi alla Sergio Leone (parole sue) una pochade famigliare ispirata alla commedia all’italiana (sempre parole sue – ad un certo punto una delle protagoniste improvvisa perfino un’improbabile versione algerino-partenopea di “’O sole mio”) ma con echi che risalgono fino a Goldoni (Salem ha una formazione anche teatrale). Si ride molto e di gusto, e in più anche qui passano una serie di messaggi sui rapporti tra i sessi e su tradizione e modernità.

Ho lasciato per ultimo LEONERA – GABBIA DA LEONI, forse la storia più intensa e toccante vista al festival. Girato dall’argentino Pablo Trapero (qualche anno si era visto ad un festival veneziano l’altrettanto interessante Mundo grua ), il film, vincitore di vari premi ai festival de L’Avana e di Lima, racconta la storia di Julia, una studentessa che dopo una sbagliatissima storia d’amore e sesso con un ragazzo che la tradisce con un amico si trova in carcere accusata di omicidio. Il fatto di essere incinta la preserva da esperienze peggiori, ma il carcere è comunque un inferno, indescrivibile e paradossalmente molto ben descritto. Il precario equilibrio che Julia tenta di ricostruirsi nel corso degli anni in prigione insieme al suo piccolo (che potrebbe rimanere con lei sino all’età di 4 anni), viene ulteriormente LEONERA sconvolto quando sua madre, un po’ per egoismo un po’ per il bene del bambino, glielo sottrae. Spaccato su vite rimosse, lontane dagli sguardi e dai cuori della gente comune, il film è di un’intensità sconvolgente, e la prova di Martina Gusman, la giovane attrice che si trova a reggere gran parte del film sulle proprie spalle, è assolutamente superba. I piani-sequenza che nel finale accompagnano Julia attraverso il fiume, sono una lezione di regia su quali livelli di tensione drammaturgica e di commozione si possano raggiungere con un’economia di mezzi e una sobrietà di linguaggio stupefacenti.

Termino con una curiosità ed un rammarico. La prima: come poteva essere Jermal più bello di Leonera? Cosa ha potuto far sì che il pubblico preferisse L’extranjera a Mascarades? Il secondo: perché film così belli non può vederli nessuno e invece i cinema sono pieni di tanta fuffa, per non parlare, mio dio, per non parlare di quello che passa in televisione, compresa quella, mio dio, compresa quella che dovrebbe fare servizio pubblico?